Il peggior paese d’Italia di Jean-Pierre Martinez

I pochi superstiti di un paesino moribondo, dimenticato da Dio e aggirato dall’autostrada, decidono di inventarsi un evento capace di attirare visitatori. Ma non è facile trasformare il peggior paese d’Italia nella nuova destinazione turistica di moda…
Traduzione dell’autore
Titolo originale in francese: Le Pire Village de France
Cast : 10 personaggi
La distribuzione è molto flessibile poiché diversi ruoli possono essere interpretati sia da uomini che da donne.
Testo pubblicato online nel maggio 2015
Spettacolo creato a Plaine Haute – Saint Meen, il 30 gennaio 2016
Traduzione spagnola dell’autore : El pueblo más cutre de España
Traduzione in inglese : The Worst Village in England(Anne-Christine Gasc)
Traduzione in portoghese dell’autore : A pior aldeia de Portugal
Dalla farsa al mito: la menzogna collettiva come ultimo stratagemma per ricostruire una comunità
Il peggior paese d’Italia trasforma la scomparsa annunciata di una comunità in un’impresa di finzione collettiva. Privati a poco a poco delle loro istituzioni e di qualsiasi prospettiva comune, gli abitanti inventano un evento capace di renderli di nuovo visibili. Finta morte, resurrezione e miracolo mediatico trasformano Gian Carlo, figura marginale del paese, in un eroe capace di riunire tutti. La menzogna non serve quindi più soltanto a ingannare: diventa l’ultima risorsa di un gruppo che riesce a ritrovare una ragione per agire insieme soltanto attraverso una storia condivisa.
L’ampio numero di personaggi, il loro continuo viavai sulla scena e il congelatore posto al centro dello spazio scenico conferiscono a questa metamorfosi una dimensione decisamente collettiva e visiva. La farsa mette in luce interessi personali, corruzione e opportunismo degli abitanti, ma la messinscena costruita insieme finisce comunque per generare un nuovo mito. Il paese non viene né riformato né moralmente rigenerato; eppure ritrova un nome, una storia e un possibile futuro. Alla satira della società dello spettacolo si affianca così una riflessione sul potere fondativo della finzione: quando la realtà non basta più a creare una comunità, un racconto condiviso e accettato da tutti può ancora permettere di ricostruirla.
