
In una terra di nessuno dall’aspetto di un purgatorio,tre personaggi che hanno perso la memoria fissano l’orizzonte, in cerca di risposte alle loro domande esistenziali. Ma di quale orizzonte si tratta, esattamente? Una tragicommedia che prende la forma di una riflessione scientifica e filosofica sul ciclo eterno della vita e della morte.
Título original in francese : Horizons
Traduzione dell’autore
Distribuzione
I personaggi sono di sesso indifferente.
Le distribuzioni possibili sono: 3 uomini, 3 donne, 2 uomini / 1 donna, 1 uomo / 2 donne.
Opera messa online nell’ottobre 2025
Traducciones
en inglés : Horizons (por el autor)
en português: Horizontes (por el autor)
Riassunto
Una tragicommedia metafisica di Jean-Pierre Martinez
In una terra di nessuno dai tratti di un purgatorio, tre personaggi — Ben, Dom e Max — si trovano di fronte a un orizzonte che scrutano senza riuscire a capire dove si trovino né chi siano. Sono sopravvissuti a un incidente aereo, precipitano in uno stato di coma, oppure stanno vagando nello spazio ai confini di un buco nero?
Attraverso dialoghi che mescolano assurdo, umorismo nero e vertigine cosmica, esplorano i limiti della coscienza, del linguaggio e della memoria.
A tratti comici, a tratti filosofici, i loro scambi rivelano la condizione umana nella sua dimensione più universale: la ricerca di senso di fronte al mistero dell’esistenza.
L’orizzonte diventa così una metafora della vita, una frontiera mobile tra il visibile e l’invisibile, la ragione e l’ignoto.
Ben incarna la ragione e il bisogno di comprendere, Dom il dubbio e la derisione, Max l’intuizione e l’immaginazione: tre facce di una stessa coscienza umana confrontata con il proprio dissolvimento.
Man mano che la pièce avanza, le loro voci finiscono per confondersi — come se non fossero che frammenti di un’unica mente, sospesa sulla soglia del nulla.
Tra scienza e metafisica, teatro dell’assurdo e poesia cosmica, Horizons è una meditazione tragicomica sulla memoria, sulla morte e sulla possibilità di rinascere in un’altra forma — da qualche parte, dall’altra parte dell’orizzonte.
Opera al tempo stesso limpida e vertiginosa, Horizons si inserisce nella tradizione dell’assurdo metafisico, distinguendosi però per una modernità che la allontana dalle opere di Beckett o Ionesco. Qui la riflessione non ruota soltanto attorno al vuoto dell’esistenza, ma anche attorno alla scienza come metafora dell’ignoto.
Analisi
1. L’orizzonte come metafora centrale
L’orizzonte è al tempo stesso un luogo, un limite, un’illusione e una promessa.
Esso simboleggia:
la frontiera mobile tra la vita e la morte, il visibile e l’invisibile, il sapere e il mistero;
la ricerca di senso dell’essere umano, condannata ad avanzare verso una meta che continuamente si sottrae;
il limite del linguaggio e della coscienza: tutto ciò che le nostre parole e i nostri sensi non possono raggiungere.
Come in un buco nero, più i personaggi si avvicinano all’orizzonte, più il senso sembra collassare su sé stesso.
2. Memoria e identità
I tre personaggi hanno perso la memoria, e questa amnesia diventa una parabola: che cosa resta di noi quando abbiamo dimenticato tutto, perfino il nostro nome?
Il loro dialogo esplora la fragilità dell’identità: siamo ciò che crediamo di essere, o ciò che gli altri vedono in noi?
Il nome, la memoria, il corpo e il linguaggio restano gli unici punti di riferimento — instabili — di una coscienza alla ricerca di sé stessa.
La pièce diventa così una riflessione sull’“io”: un io collettivo, intercambiabile, fino a dissolversi.
3. Scienza e metafisica
Jean-Pierre Martinez unisce qui l’immaginario scientifico (buco nero, orizzonte degli eventi, meccanica quantistica) a una metafisica dell’esistenza.
L’universo diventa lo specchio della condizione umana: espansione, collasso, relatività del tempo.
I riferimenti alla fisica quantistica e all’astrofisica alimentano una riflessione poetica sulla coesistenza dei possibili: essere morti e vivi allo stesso tempo, come il gatto di Schrödinger.
4. Linguaggio, assurdità e condizione umana
Come nel teatro dell’assurdo (Beckett, Ionesco), il linguaggio gira su sé stesso, si ripete, si contraddice.
I personaggi parlano per esistere: «Finché parliamo, vuol dire che non siamo ancora morti.»
Ma le loro parole tradiscono il vuoto di senso: la lingua è allo stesso tempo finestra e prigione.
L’umorismo, a tratti graffiante, rivela il tragico della loro condizione:
«Essere morti è come essere stupidi. Non lo si sa. Sono gli altri ad avere difficoltà.»
5. La circolarità del tempo e della vita
La pièce adotta una struttura ciclica: ogni tentativo di spiegazione ricade nel dubbio.
L’ultima immagine — un possibile ritorno alla vita — riecheggia una concezione orientale del ciclo (rinascita, reincarnazione, eterno ritorno).
Tutto si cancella per ricominciare altrove, in modo diverso: una caos-commedia cosmica sull’impermanenza.
Caratterizzazione dei personaggi
Ben
Profilo: razionale, leggermente filosofo, spesso colui che cerca di dare un senso all’assurdo.
Funzione drammaturgica: incarna la coscienza riflessiva — colui che formula ipotesi, tenta di comprendere e collegare gli eventi.
Tonalità: ironia lieve, curiosità metafisica. Oscilla tra scetticismo e desiderio di speranza.
Dom
Profilo: più cinico, sarcastico, concreto. È spesso lui a riportare il discorso all’assurdo.
Funzione drammaturgica: la voce critica, quella del dubbio e della derisione.
Si fa beffe delle “frasi fatte”, rifiuta le illusioni, ma nasconde una paura più profonda: quella del nulla.
Battuta emblematica:
«Essere morti è come essere stupidi. Non lo si sa.»
Max
Profilo: intuitivo, sognatore, più emotivo. Collega spesso la scienza alla poesia.
Funzione drammaturgica: il risvegliatore — colui che percepisce immagini (l’aereo, il buco nero) e attiva la memoria simbolica.
Tonalità: visionaria e fragile, in equilibrio tra lucidità e allucinazione.
Insieme
Formano una trinità della coscienza umana:
Max = l’immaginazione
Dom = il dubbio
Ben = la ragione
Sono tre facce di uno stesso essere, tre voci di un’unica coscienza smarrita tra vita e morte.
Struttura e ritmo drammaturgico
La pièce avanza attraverso ipotesi successive, ognuna delle quali apre un nuovo livello di realtà:
Osservazione dell’orizzonte – presa di coscienza del limite
L’incidente / la morte – ipotesi del disastro
L’ospedale / il coma – ipotesi del sonno
L’astronave / il buco nero – slittamento verso la metafora cosmica
Il possibile ritorno / la rinascita – apertura poetica e circolare
Questa costruzione a spirale richiama il movimento stesso dell’orizzonte: sempre fuggente, sempre ricominciato.
Portata filosofica e poetica
Horizons interroga il mistero della coscienza:
Dove inizia e dove finisce l’“essere”?
Che cos’è la realtà, se tutto è percepito attraverso il linguaggio e la memoria?
L’universo ha un senso, o non facciamo che proiettare le nostre illusioni nel vuoto cosmico?
Sotto l’apparenza di una conversazione assurda, la pièce diventa una meditazione tragica e ironica sulla condizione umana:
l’uomo come particella di coscienza, smarrito tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.
Conclusione
Horizons è una tragicommedia metafisica, al crocevia tra il teatro dell’assurdo e la poesia scientifica.
In uno spazio vuoto — il teatro come buco nero simbolico — tre coscienze umane discutono, ironizzano, si aggrappano alla parola come all’ultima traccia della loro esistenza.
È un’opera sul senso, sulla memoria, sul linguaggio e sulla morte, ma anche sulla possibilità — per quanto fragile — di continuare a parlare, a ridere e a sperare.
